Chi sono

Due carriere in parallelo, lette dalla stessa persona.

Quello che ho fatto prima

Il primo capitolo di carriera l'ho costruito nelle Forze Armate. Ufficiale per quasi un decennio, in un'organizzazione che ti forma a ventidue anni, ti insegna molto presto a leggere il rischio operativo, e impari a stare in stanze in cui la decisione conta e non si può rimandare a domani. Non è stato facile uscirne. La maggior parte delle persone con cui mi ero formata sono rimaste; io ho deciso, a trentadue, che il pezzo di lavoro che mi interessava davvero era altrove.

Il passaggio non è stato lineare. Per essere precisi sul termine, non si è trattato di una conversione netta: ho cercato per due anni dove portare l'esperienza precedente (selezione del personale, sviluppo della leadership, consulenza di formazione) e a un certo punto ho riconosciuto che il 30 % di quello che facevo da business partner HR era già coaching applicato a metà. Il resto era manutenzione di processi. Mi sono accreditata e mi sono messa in proprio specificamente nel coaching nel 2012. Non è stato facile, ma ecco cosa ho imparato: il valore di una carriera precedente non è il nome che porta, è la capacità di leggere certe situazioni che le persone che non ci sono passate non riconoscono.

Quello che faccio ora

Dal 2014 lavoro come coach individuale, specializzata nel cambio di settore. È una nicchia precisa: non orientamento generalista, non outplacement, non coaching di vita. Lavoro con persone tra i quarantacinque e i sessant'anni che hanno passato quindici-venticinque anni in un settore e stanno valutando se la seconda metà del lavoro ha senso altrove. Il pubblico che incontro più spesso è in transito da servizi professionali, sanità privata e farmaceutico, consulenza strategica.

L'inquadramento conta qui più di ogni altra cosa. Esiste una distinzione tra «cambio di ruolo» (lo stesso settore, mansione diversa) e «cambio di settore» (settore diverso, esperienza che cambia chiave di lettura). Sono lavori diversi, con domande diverse e tempi diversi. La definizione operativa che uso è: lavoro di inquadramento di una decisione di settore. Le sedute servono a smontarla nei suoi fattori reali, non a motivare la persona a farla.

Lavoro a Marano di Napoli per le sedute in presenza e in videochiamata per chi è altrove in Italia. Negli ultimi anni ho seguito persone in transizioni che si sono rivelate molto più complesse di come sembravano sull'agenda di settembre, e altre, non molte in senso tecnico, che si sono risolte in tre sedute perché la decisione era già stata presa e mancava solo la conferma.

Due carriere in parallelo. La stessa persona, due pratiche, un ponte sottile che le tiene insieme.

Letture e riferimenti

Le persone che leggo di più, prima di una seduta, restano Daniel Kahneman ed Edgar Schein. Pensieri lenti e veloci di Kahneman mi serve come ripasso sui modi in cui ragioniamo male sotto pressione; Le forme dell'aiuto di Schein mi serve come ripasso sulla differenza tra dare un consiglio ed essere utile. È più esatto dire che le rileggo a stralci, prima di alcuni colloqui di diagnosi.

C'è un corpus di letteratura sulla decisione a bassa frequenza che continuo a frequentare anche fuori dai testi accademici: i quaderni Einaudi sull'organizzazione del lavoro, il giornalismo di approfondimento sui distretti industriali italiani (in particolare, negli ultimi anni, sul distretto della meccanica di Modena, dove la transizione tra ingegneria industriale e ruoli di staff si gioca su equilibri molto particolari). È un'osservazione semplice da scrivere e difficile da applicare nelle giornate piene.

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